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Competitività territoriale: una questione aperta PDF Print E-mail
news_brief.gifCosa debba intendersi per competitività di un territorio è argomento di lunghi dibattiti che hanno dato luogo a ricorrenti controversie. Dal punto di vista della teoria economica, il termine in prospettiva micro è piuttosto chiaro e indica la capacità delle imprese di competere, crescere ed essere redditizie. Tale capacità ha come risultato la possibilità di guadagnare quote di mercato rispetto a potenziali concorrenti.
Dal punto di vista macroeconomico il concetto di competitività è meno chiaramente definito, nonostante sia al centro degli obiettivi delle politiche regionali e territoriali.

Il parallelo con l’approccio micro conduce ad una accezione della competitività che spesso l’ha reso un principio discusso se applicato alle politiche di sviluppo, perché comporterebbe l’idea della competizione di un Paese sull'altro o di una regione sull’altra (al pari delle imprese per la quota di mercato).
Al contrario, la nozione di competitività nell’accezione di obiettivi di sviluppo macroeconomico è generalmente intesa come la capacità di migliorare la produttività di un territorio, la capacità di produrre beni e servizi che rispondono alle richieste dei mercati internazionali, garantendo condizioni di vita migliore, maggiore occupazione e più elevati livelli di ricchezza.

Anche questa interpretazione, tuttavia, lascia aperte alcune questioni. Non è chiaro infatti se in questa accezione la competitività debba indicare il risultato (più elevati livello di reddito pro capite, per esempio) oppure i fattori strumentali al raggiungimento di tali risultati. Ugualmente, in una accezione più ampia del miglioramento delle condizioni di vita, si possono includere sotto il concetto di competitività non solo obiettivi di tipo economico (aumento del reddito reale pro capite) ma anche di carattere sociale (riduzione della povertà, aumento dell’uguaglianza tra i generi, miglioramento della situazione ambientale in ottica di sostenibilità).

Con riferimento alle teorie economiche i fattori che determinano la competitività di una regione o di un territorio e le loro implicazioni per le politiche di stimolo alla crescita e allo sviluppo sono molteplici e comprendono diverse interpretazioni. Secondo le teorie classiche dei vantaggi comparati i territori hanno diverse tecnologie e diversi livelli di produttività, e dunque si specializzano nell’attività che permette loro di avere un vantaggio in termini di efficienza rispetto ad altre regioni a più bassa produttività.

Questo principio sarebbe alla base del commercio internazionale e della specializzazione delle economie, ed è un approccio interpretativo che spiega i recenti sviluppi della produzione mondiale generata dalla globalizzazione dei mercati. Questo implica che ciascuna regione dovrebbe specializzarsi nell’attività che le garantisce dei vantaggi comparati rispetto a potenziali concorrenti.

Altre teorie considerano invece che mercati imperfetti creano le differenze regionali e che compito della politica economica sia riequilibrare le dotazioni delle regioni che determinano la loro competitività (come dotazione di capitale e di infrastrutture) per minimizzare gli effetti di shocks di breve periodo. L’economia dello sviluppo ha sempre posto un’enfasi sulla convergenza più che sulla competitività delle regioni. Allo stesso modo, nel linguaggio comune la convergenza è associata a obiettivi di equità mentre la competitività a obiettivi di efficienza. In questo senso, poichè la teoria economica individua dei trade-off tra il perseguimento degli uni a danno degli altri, i due principi vengono spesso presentati in forma contrapposta.

Come già visto, le nuove teorie sulla crescita riconoscono nell’accumulazione della conoscenza e negli investimenti in ricerca e innovazione i fattori determinanti la crescita. La constatazione di un ritardo nella crescita dell’Europa, in paragone agli Stati Uniti e alle nuove economie emergenti, è spiegata così in termini di una mancanza di competitività, e in questa accezione la competitività è intesa come un fattore determinante la crescita di lungo periodo.

Il Terzo rapporto sulla coesione economica e sociale della Commissione Europea (2004) abbraccia questa interpretazione, e definisce la competitività come la capacità di anticipare e promuovere il cambiamento. Essa è dunque interpretata come il livello di dinamicità delle regioni e la capacità di reagire tempestivamente alle nuove sfide globali, in contesti internazionali che richiedono sempre nuove capacità e strategie per la crescita. Le regioni sono dunque chiamate a rafforzare la loro competitività e attrattività, tenendo tuttavia in considerazione le disparità economiche, sociali e territoriali esistenti.

Questa formulazione si è prestata tuttavia ad alcune critiche, poiché dal punto di vista delle scelte strategiche non indica chiaramente se occorra puntare sulle eccellenze o colmare i divari e risolvere le arretratezze. Una chiara scelta in questo senso è del resto indispensabile, soprattutto per le regioni della competitività appunto, che nel nuovo periodo di programmazione hanno meno risorse a disposizione e un territorio più vasto ammissibile agli aiuti (per via dell’eliminazione della microzonizzazione). Il principio di concentrazione impone delle scelte chiare e selettive, e per questo motivo i programmatori si sono interrogati circa l’interpretazione da applicare a questa visione della competitività. E’ prevalsa tuttavia, in via teorica, la considerazione della competitività non come contrapposta alla convergenza ma piuttosto come un fattore determinante la crescita.

Come tradurre questo principio in scelte di policy è tuttavia lasciato alle scelte dei programmatori. Questa accezione nell’interpretazione della competitività delle regioni è riflessa in un mutamento delle priorità indicate come determinanti la crescita, da fattori materiali a quelli più immateriali: dalle dotazioni infrastrutturali di base per l’accessibilità (trasporto e comunicazione) che rimangono prioritarie per le regioni in ritardo di sviluppo (le regioni della convergenza, per cui si prevedono maggiori investimenti in questi settori) agli investimenti per il capitale umano (istruzione, ricerca, professionalità) e interventi rivolti all’“ambiente produttivo”, inteso come miglioramento della tecnologia produttiva, dell’innovazione, dell’internazionalizzazione, della capacità di creare reti, e così via. Questi ultimi saranno gli interventi su cui dovranno puntare le regioni dell’obiettivo della competitività e occupazione.

Da "Nuova programmazione dei Fondi strutturali 2007-2013", ricerca realizzata da IRER  e Archidata per il Consiglio regionale della Lombardia > Vedi

 
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