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| L'Europa dopo il voto irlandese |
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Il voto irlandese relativo al referendum di ratifica del trattato di Lisbona ha aperto una discussione sui meccanismi di funzionamento dell'Unione, come doveva essere. In prima battuta, da parte degli "europeisti" c'é stato un moto di insofferenza. Il dibattito successivo, e una rilevazione dell'Eurobarometro, inducono una meditazione più accurata.
Ebbene sì, voler far approvare con un referedum il trattato, materia complessa e ostica, era considerato dagli esperti a priori molto rischioso. Del resto, i precedenti francese e olandese, con la bocciatura della Costituzione, avevano messo sull'avviso i più accorti. Ma tant'é, la legge irlandese prevede che su questioni istituzionali di questo tipo sia il popolo a doversi esprimere, e il popolo ha detto NO. I motivi sono molti, come si vedrà più avanti. Ma la questione prioritaria è la reazione che il voto ha suscitato in Europa. In maggioranza è stata: ma come, il 99% della popolazione europea (circa 458 Mni di persone) tenuta in scacco da un'infima minoranza? Eppure l'Irlanda è forse uno dei Paesi, se non il Paese, che più ha beneficiato dell'ingresso nel mercato unico (cui partecipa da 35 anni). Da qui i possibili rimedi: far approvare dai restanti 7 governi il Trattato e convincere l'Irlanda a riproporlo. Più drasticamente, consolidare gli emendamenti di Lisbona nel vecchio trattato e farlo votare dai Paesi membri. poi chiedere al governo e al popolo irlandese di aderire. In pratica un "dentro o fuiori" da una nuova Unione Europea. L'ipotesi è affascinante, semplice e pericolosa. Pericolosa perché tende a ignorare un problema rilevante: la democrazia delle istituzioni europee, in primis il rapporto con i suoi cittadini. Ha buon gioco l'Economist, storicamenete non tra i più teneri osservatori dei fatti dell'Unione, In un articolo del 19 giugno , il settimanale sostiene, in contraddittorio con le tesi della commissione, che gli irlandesi erano ben informati dei temi del trattato, e che questo è stato bocciato dai più svantaggiati preoccupati dalla crisi economica e dai casi di corruzione. Poi la stoccata finale: si può pensare che gli elettori siano consapevoli quando votano per i loro governanti, e minus habens se si passa a livello europeo? La verità pare essere più complessa: lo dimostra la survey dell'Eurobarometro fatta subito dopo le elezioni. In sintesi:
Nonostante il trattato assegni maggior potere al Parlamento e individui una sorta di ministro degli esteri che ovvii alle carenze di peso internazionale dell'Unione, o forse proprio per questo, il NO irlandese ripropone di fatto lo statu quo. A questo punto il Consiglio Europeo deve riflettere a fondo. Occorre una riflessione comune sul senso della globalizzazione e come l'Unione si disponga rispetto ad essa: non si può essere liberisti e protezionisti al contempo. La percezione sulla perdita di peso dei Paesi nell'Unione allargata mette poi sotto osservazione i meccanismi istituzionali di funzionamento della Comunità, spesso vista come semplice erogatrice di fondi e molto poco come casa comune di tutti gli europei. Qui sta anche la necessità di riconquista dei giovani, che non hanno vissuto il sogno europeo dei loro padri: è proprio questo il tema che va rilanciato. I giovani hanno bisogno di ideali forti, che diano loro motivazioni ed identità. A loro bisogna comunicare che l'idea di nazione tende a perdere di forza nel nuovo contesto globalizzato, e che un soggetto continentale, politicamente oltre che economicamente coeso, è nel loro precipuo interesse. |
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A questo punto le cose si fanno più chiare. La preoccupazione per la crisi economica ha pesato molto sui soggetti più deboli, acuita dal fatto che l'apertura delle frontiere li ha esposti alla concorrenza di una forte immigrazione dall'Est europeo. Questo dato accomuna gli irlandesi agli altri popoli europei. Kevin O' Rourke, su 

