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L'innovazione si sposta a Oriente
Sul blog della McKinsey c'è una bella discussione tra due economisti, Iqbal Z. Quadir e Robert Atkinson sul futuro dell'innovazione e sulla sua collocazione geografica.
Entrambi gli interlocutori sono pessimisti sulla capacità degli Usa di mantenere la leadership tecnologica e, anzi, uno studio (vedi immagine) dell'ITIF evidenzia che hanno già perso quella dell'innovazione.
Immagine_1Atkinson attribuisce questo fatto alla mancanza di politiche statali che stimolino la stessa. Mentre Quadir individua una serie di ragioni per cui l'innovazione è oggi più favorita nei paesi di nuova industrializzazione.

Lo studio che evidenzia la fine "della spinta propulsiva" dell'Impero Americano - per usare un'immagine evocativa di qualche decennio fa - è The Atlantic Century, condotto da ITIF confrontando 40 Paesi sulla base di 16 indicatori per definire la competitività generata dall'innovazione.

Gli Usa finiscono al 6° posto in classifica assoluta, ma quello che è grave è che sono invece ultimi in termini di tasso di cambiamento.

Due dati per tutti: gli Usa risultano al 30° posto per rapporto tra R&D e PIL, la Cina è quarta e la Corea del Sud 7a. Ancora, se si conta la percentuale di ricercatori sul totale dei lavoratori, gli Usa sono 20esimi, la Cina è prima, la Corea 4a, Singapore al 5° posto e l'India al 10°.

E la situazione, secondo Atkinson, non è destinata a cambiare, semmai a peggiorare. Questo, sinché gli Usa non abbandoneranno un atteggiamneto neoclassico di laissez-faire sul mercato, e non definiranno politiche federali di incentivo all'inovazione, come avviene in Asia e in Europa.

Dopo il caso delle banche e delle istituzioni finanziarie, questo è il secondo settore in cui il non intervento dello stato praticato dagli americani viene meso in discussione. Ma questo tocca un nervo scoperto ed estremamente sensibile.

Iqbal Quadir, dal canto suo, individua cinque ragioni avvantaggiano l'Asia nella corsa all'innovazione rispetto agli Usa, ma anche all'Europa:
  • l'innovazione deriva più velocemente da tecnologie esistenti più che da brevetti o ricerca di base
  • paradossalmente, il basso reddito medio di cui godono gli asiatici, spinge i produttori locali a cercare nuovi prodotti, approcci innovativi, forme originali di organizzazione e partecipazione degli addetti
  • i produttori asiatici puntano a mercati di massa a basso reddito, quindi ricercano prodotti che consentono risparmi consistenti sia per i materiali usati che per l'energia necessaria a produrli
  • il ritardo nell'industrializzazione spinge all'utilizzo di nuove tecnologie, creando meno vincoli con il passato
  • molti di questi Paesi vivono un assetto non democratico o scarsamente democratico, ma molte situazioni stanno mutando rapidamente, liberando energie e accelerando il cambiamento.
Tutte assieme, rileva Quadir, queste spinte fanno massa critica e accelerno i processi di mutamento. Per tale motivo, è la sua tesi, l'Asia sembra candidata alla leadership dell'innovazione nel 21° secolo.

L'Europa, se può godere di un approccio all'innovazione in cui i governi e la UE sono presenti, è penalizzata da tutte le altre circostanze, e quindi rischia quanto gli Usa.
 
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