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“Ormai il PIL è considerato un indicatore dell’intero sviluppo societario e del progresso in generale. Tuttavia, vista la natura e il suo scopo, il PIL non può costituire la chiave di lettura di tutte le questioni oggetto di dibattito pubblico. In particolare il PIL non misura la sostenibilità ambientale o l’inclusione sociale ed occorre tener conto di questi limiti quando se ne fa uso nelle analisi o nei dibattiti politici”. Questa affermazione è contenuta nella Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo del 20.8.2009, “Non solo PIL. Misurare il progresso in un mondo in cambiamento”. Ricordiamo infine che il tema dell’inclusione sociale è uno dei capisaldi della UE e che la sostenibilità è uno degli obiettivi della nuova strategia di Lisbona(Il grafico è tratto da Eurostat) Una lettura meno economicista della realtà Uno degli effetti più rilevanti della crisi è stato di rimettere in discussione i capisaldi dell’economia neoclassica, e in particolare le teorie neoliberiste che hanno nella scuola di Chicago gli epigoni più ortodossi. Che la mano invisibile del mercato, da sola, non potesse assicurare un equilibrio indefinito del sistema, è diventato più difficile sostenerlo dopo che i dipendenti di Lehman Brothers sono entrati in tutti i salotti del mondo, con corredo di scatolone con effetti personali a seguito. Con l’economia classica sono stati messi in discussione gli economisti, tutti, la disciplina stessa, confutata in quanto scienza, e i suoi parametri e indicatori, compreso il PIL. Hanno preso vigore visioni meno economiciste, o quantitative, e si sono affacciate ipotesi diverse: misurare la felicità, oltre al reddito, il benessere non solo in termini materiali. L’assegnazione del Premio Nobel per l’economia, nel 2009, a Elinor Ostrom scienziata americana per le sue ricerche sulla governance dei beni comuni, e a Oliver E. Williamson , per le ricerche sui confini d’impresa e le reti di relazioni che li ridefiniscono, è stato un altro segnale forte. L’accoppiata crisi della finanza-cambiamenti climatici ha quindi messo in discussione non solo il modo in cui misuriamo, regoliamo, distribuiamo la ricchezza, ma anche gli stessi criteri che adottiamo per verificare la nostra compatibilità con l’ambiente che ci circonda, con il futuro dei nostri figli e dell’umanità, addirittura con il pianeta che ci ospita. A marzo 2010 esce un libro per i tipi di Donzelli, “Manifesto per la felicità, come passare dalla società del ben-avere a quella del ben-essere”, di Stefano Bartolini, economista dell’Università di Siena. In esso Bartolini afferma che la felicità tende a disaccoppiarsi dal reddito: secondo la General Social Survey gli americani che si sentono felici sono scesi dal 38% nel 1972 al 34% nel 2006, a fronte di un reddito raddoppiato nel periodo. Fenomeno che viene confortato da dati oggettivi: l’aumento nei consumi di Prozac, disagi mentali, depressioni, suicidi. L’economista desume da questi dati che l’aumento dei consumi, e quindi degli aspetti quantitativi, serve a riempire la carenza sul piano degli aspetti qualitativi: i “beni relazionali” e il degrado dei “beni comuni”. Quanto questo sia vero è constatabile da chiunque abiti in una grande città metropolitana: la solitudine porta a un maggior consumo di intrattenimento, il disprezzo per le condizioni di convivenza realizzano condizioni di rapido degrado degli spazi comuni. L’ansia del consumo porta a dilatare i tempi di lavoro, allo scopo di procurarsi maggior reddito, e si registrano due fenomeni generalizzati: • Una accentuazione della competizione: negli Usa il tempo di lavoro è aumentato di 160 ore, 20 giornate equivalenti l’anno • Una crescente sfiducia nelle istituzioni, che genera insicurezza e paura degli altri: negli Usa il 25% della forza lavoro ha compiti di sorveglianza, il doppio dell’Italia. Tutto ciò genera un costo sociale aggiuntivo, quantificato in 67.000 dollari l’anno per famiglia per sopperire alla carenza di solidarietà e onestà, e 320.000 dollari a persona per compensare l’assenza di relazioni. Nuovi indicatori per una governance più efficace Diventa allora cruciale far emergere e misurare il peso di tutti gli aspetti non rilevati dall’economia tradizionale, nonché le metodologie per la loro governance. Ed è qui che il lavoro della Ostrom fornisce strumenti utili. Enzo Rullani ha ben spiegato qual è il perimetro degli studi della scienziata americana: l’ha chiamato Terra di Mezzo, ad indicare una zona che sta tra Mercato e Piano, tra il libero dispiegarsi delle forze economiche e l’intervento dello stato. La Ostrom si riferisce a tutti quei beni comuni: territorio, ambiente, cultura, conoscenza condivisa dalla società, cui né stato né mercato riescono a dare una gestione soddisfacente, mentre invece una comunità o comunque una rete di soggetti riesce a individuare modalità autoregolantesi che definiscono una soluzione intelligente. La stessa soluzione non è invece individuabile nel territorio del mercato perché lì i soggetti sono individui in competizione tra loro, che agiscono in modo razionale ed egoistico, quindi non riescono a trovare nel contesto una soluzione efficiente. Né tantomeno ci riesce lo stato, la cui razionalità è al di fuori dell’economia, e ricerca soluzioni universali, quindi nel contesto risulta insufficiente. Infatti, il mancato coinvolgimento della rete di attori, spesso fa sì che gli utenti, in quanto individui, siano portati a massimizzare lo sfruttamento del bene comune non ponendosi il problema del costo del suo reintegro. Ciò che rende rilevante il lavoro della Ostrom è proprio il fatto di aver focalizzato il problema della governance dei commons, come terza via possibile tra stato e mercato. Ma la governance presuppone la capacità di far emergere e di misurare i beni comuni. Su questo tema si è impegnato il governo francese nel febbraio 2008; il presidente Sarkozy ha affidato a 25 economisti di fama mondiale il compito di definire nuovi strumenti di valutazione della ricchezza e del benessere, a integrazione del PIL. Del gruppo facevano parte Joseph Stigliz, già governatore della World Bank e Jean Paul Fitoussi, economista francese. Il risultato del lavoro , un documento di circa 300 pagine, consta di 12 raccomandazioni e 3 messaggi. Tra le raccomandazioni ricordiamo il fatto di misurare reddito e consumo, piuttosto che la produzione; focalizzarsi sulla dimensione familiare; individuare il reddito medio “di confine” tra il 50% della popolazione più povera e quella più ricca; estendere gli indicatori alle attività non direttamente al mercato; più in generale analizzare tutti gli elementi che influiscono sulla qualità della vita, istruzione, sanità, ambiente, e individuare un indicatore sintetico. La Commissione, con il documento citato all’inizio, si propone di individuare misure accessibili nel breve e medio termine per individuare indicatori più complessi, che riescano a dare un quadro di analisi più affidabile per le scelte di politica della UE. Infatti, la segmentazione della società, e la sua crescente diversificazione, viene sempre meno rappresentata da indicatori basate su medie (il mezzo pollo) o su prototipi comportamentali (il consumatore tipo). Ne deriva una percezione da parte dei cittadini di una istituzione lontana dalla dimensione reali dei loro problemi. Da qui lo sforzo di individuazione di indicatori che rispecchino meglio un nuovo contesto politico e tecnico. Nelle strategie della Commissione hanno assunto un crescente rilievo le tematiche ambientali, l’allargamento della UE le grandi migrazioni e la crisi economica hanno posto con urgenza il tema dell’inclusione sociale e della lotta alla povertà. Questi temi devono trovare nei rilevamenti e nei dati una evidenza che consenta al decisore politico di misurarne l’entità e monitorare gli effetti delle sue decisioni. Come fatto operativo la Commissione propone 5 azioni per riflettere meglio i mutamenti del contesto, affiancando al PIL altri indicatori: • Individuare indicatori ambientali e sociali – Un primo passo consiste nel definire un indice della pressione ambientale (clima, energia, inquinamento dell’aria e dell’acqua, rifiuti), da abbinare successivamente a un indice della qualità ambientale. Sul piano sociale si sta lavorando all’individuazione di indicatori della qualità della vita e del benessere. Collegato a queste tematiche è anche lo sforzo per rendere più tempestive le informazioni relative a questi aspetti. • Informazioni più accurate su disuguaglianze e distribuzione – la Commissione ha come obiettivo la riduzione delle disuguaglianze tra regioni e gruppi sociali e più omogenea la distribuzione del reddito tra cittadini e gruppi eliminando le disparità. Occorre quindi prendere in esame, oltre al reddito, anche l’accesso alla sanità, all’istruzione, la speranza di vita, qualità della residenza, trasporti, accesso alle infrastrutture. • Definire una tabella dello sviluppo sostenibile – indicatori dello sviluppo sostenibile sono già presenti ora nell’elaborazione della UE, ma mancano ad esempio dati sulla produzione o il consumo sostenibili, o temi legati alla governance. La Commissione sta valutando la possibilità di definire una tabella dello sviluppo sostenibile, per avere un modo sintetico di confronto delle politiche degli Stati membri. Serve anche individuare, per i vari aspetti, le soglie di sostenibilità, come limite per l’irreversibilità degli effetti. • Integrare nelle contabilità nazionali le questioni ambientali e sociali – per finire, gli indicatori vanno integrati nelle contabilità nazionali, perché è su di esse che si basano mote statistiche dell’Unione. Già oggi, il sistema europeo include il reddito disponibile delle famiglie, al netto dei sistemi di protezione sociale diversi nelle varie realtà; è questa una misura più attendibile del PIL procapite su quanto le persone possono conumare o risparmiare. Entro il 2012 la Commissione si ripromette di fornire i risultati di queste misure. |
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“Ormai il PIL è considerato un indicatore dell’intero sviluppo societario e del progresso in generale. Tuttavia, vista la natura e il suo scopo, il PIL non può costituire la chiave di lettura di tutte le questioni oggetto di dibattito pubblico. In particolare il PIL non misura la sostenibilità ambientale o l’inclusione sociale ed occorre tener conto di questi limiti quando se ne fa uso nelle analisi o nei dibattiti politici”. Questa affermazione è contenuta nella Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento Europeo del 20.8.2009, “Non solo PIL. Misurare il progresso in un mondo in cambiamento”. Ricordiamo infine che il tema dell’inclusione sociale è uno dei capisaldi della UE e che la sostenibilità è uno degli obiettivi della nuova strategia di Lisbona

