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![]() La crisi finanziaria, e il suo relativo superamento, in combinato con la globalizzazione, rischiano di avere effetti perversi e molto negativi sulla competitività del sistema Paese. Non sono più solo le produzioni a bassa intensità di capitale ad essere in pericolo, ma anche attività ad alto valore aggiunto come la R&D in settori avanzati. Questo ci comunica la vicenda Glaxo. Le contromisure vanno prese in termini di agevolazioni di sistema, che chiamano in causa il governo centrale, ma anche i governi dei territori direttamente interessati. Sino a ieri il made in Italy si sentiva minacciato dal basso dalla competizione dei Paesi emergenti, sostanzialmente su produzioni a basso valore aggiunto (scarpe, tessile, meccanica). La reazione consigliata era di spostarsi verso l’alto lungo la catena del valore. E non v’è dubbio che i risultati positivi dell’export di questi anni sono stati realizzati seguendo questo copione.Quello che però sta succedendo in alcuni settori hi-tech, la dismissione di migliaia di posti di lavoro nei settori avanzati, e spesso nelle attività di R&D, lancia però un messaggio diverso, più legato al profilo complessivo del Paese che a uno specifico settore. Infatti, i segnali provengono da situazioni diverse: Alcoa in Sardegna, Yamaha a Lesmo, Nokia a Cinisello, Motorola a Torino, Pfizer a Nerviano, Merck a Pomezia, Wyth a Catania, e recentemente Glaxo a Verona. Il danno è duplice: se ne vanno attività ad alto valore aggiunto, spesso legate alla ricerca; si crea una emorragia di competenze rare, cervelli che rischiano di emigrare all’estero, allargando un fenomeno già di per sé allarmante. Le motivazioni vanno ricercate non tanto nei differenziali di costo del lavoro, quanto nelle “esternalità negative generali che il nostro Paese purtroppo paga: tasse più alte, troppi vincoli burocratici, trasporti e logistica inefficienti”, scrive Oscar Giannino sul Gazzettino. E cita, per il settore farmaceutico, la decisione dell’Italia di far contribuire le case produttrici a ripianare il deficit sanitario nazionale tramite un contributo automatico. Claudio Roveda, docente del Politecnico di Milano, rafforza questo concetto e dichiara al Corriere: «Non sono solo i costi alla base della scelta dei gruppi multinazionali di localizzare i propri impianti, e ancor più i propri centri di ricerca, in un Paese piuttosto che un altro (…) Se fosse solo così, allora un ricercatore italiano costa meno che la media dei colleghi europei, ma più di un indiano o un cinese. Ma in realtà a essere decisivi sono molti altri fattori: dalle infrastrutture alla burocrazia fino alla qualità della vita. Per esempio, trovare casa a Milano costa caro e, per uno straniero, mandare i figli a scuola in Italia non è la cosa più semplice». E Stefano Micelli, su First Draft, mette in rilievo le carenze del nostro sistema educativo: “La vicenda Glaxo ci ricorda che anche le politiche per la formazione vanno ripensate. Il mantra educazione, educazione, educazione non basta più. In un numero di Wired di qualche anno fa, Daniel Pink, fautore di una nuova idea di intelligenza e di creatività, l’aveva messa in termini un po’ brutali: “Want to get ahead today? Forget what your parents told you. Instead, do something foreigners can’t do cheaper. Something computers can’t do faster.” Vengono perciò chiamate in causa le competenze del governo centrale, ma anche le responsabilità degli enti di governo territoriale: i territori, infatti, sono i primi a subire l’impatto negativo dell’abbandono, e possono molto sui temi legati alla qualità della vita. Richard Florida, nei suoi studi sul rapporto tra sviluppo territoriale e qualità delle risorse umane, ha coniato la famosa triade: Tecnologia, Talento, Tolleranza, dimostrando che la qualità della vita nei territori è l’ingrediente essenziale per attrarre competenze eccellenti. Scrive Luca De Biase sul suo blog: 1. La ricerca genera valore aggiunto a lunga scadenza. Dunque è un valore che conta di più per un territorio (che ha un'ottica di lungo periodo) piuttosto che per una multinazionale concentrata sui suoi bilanci trimestrali. 2. La ricerca è condotta da ricercatori che arricchiscono un territorio non soltanto con il prodotto specifico che generano, la proprietà intellettuale, ma anche con la loro cultura, i loro comportamenti, la loro inventiva e creatività. 3. La ricerca genera risultati quando si pone le domande giuste. E queste nel tempo cambiano. Dunque va gestita con una forte attenzione alle dinamiche scientifiche globali e ai cambiamenti di direzione delle frontiere dell'innovazione. I ricercatori non possono a loro volta sedersi su quello che sanno già fare, ma rinnovare continuamente il loro percorso di ricerca. E’ perciò a livello locale che si può cominciare a vincere (o almeno a combattere) la battaglia, con un approccio sistemico. Questa è la nuova sfida che abbiamo di fronte |
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