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Focus sul Baltico
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La recentecrisi economica ha colpito, in modo diverso, ma sempre gravemente, l’economiedei tre paesi baltici. Nonostante le cause di questa crisi siano ancora piùoscure dei cosiddetti rimedi adottati dai singoli stati, gli effetti si sonofatti sentire in modo evidente in stati di piccole dimensioni come i Paesibaltici.Un clima generale didepressione, grigie aspettative e insicurezza per il futuro s’accompagna ingran parte della popolazione da una sfiducia generale per la classe politica eda un senso di ineluttabilità nei confronti dell’insuccesso per le misure daessa adottate per sostenere la ricrescita economica.

In particolare la Lettonia, con uno spaventoso indebitamento pubblico efortemente esposta presso le banche svedesi, ha recentemente dovuto chiedereprestiti straordinari al Fondo Monetario Internazionale, ridurre per due volteconsecutive i salari per un totale di oltre il 30% e ritoccare al ribasso anchele pensioni, già particolarmente penalizzate rispetto la media europea.

Meglio la Lituania, almeno in prospettiva, con una leggera crescita prevista già nel 2010. Nel paese, che aveva registrato nel 2008 la peggior recessione fra l’area dell’Unione, le previsioni del Ministero dell’Economia ipotizzano per la fine del 2009 una contrazione su base annua del 4,3%, nonostante il clima di “austerity” che regna ovunque e i dati incoraggianti dell’ultimo trimestre 2009 (+6,1%), ma “a condizione – sottolinea il Governatore della Banca Centrale Reinoldijus Sarkinas – che la  domanda di prodotti dall’estero continui ad essere sufficientemente sostenuta”. Meglio della Lettonia dicevamo, ma i tagli alle spese e l’aumento delle contribuzioni tributarie hanno comunque mostrato nel terzo trimestre 2009 una diminuzione del PIL del -4% per circa il 20% su base annua.

Anche rispetto al tema della disoccupazione, secondo i dati Eurostat pubblicati ai primi di gennaio del nuovo anno, la Lettonia (22,3%) è risultata la peggior nazione europea, superando la Spagna (18,2%), mentre la Lituania, che era terza per disoccupazione a metà 2009 (16,7%) è scesa oggi sotto il 15%.

Nonostante questo stillicidio di dati negativi non si pensi però di trovarsi di fronte a paesi nel caos. Anzi, passeggiando nelle vie di Vilnius, Riga e Tallin, che da sole raccolgono quasi la metà degli abitanti dei tre paesi, è difficile percepire questa cosiddetta “crisi” mentre rimane forte negli osservatori e analisti la convinzione che la forte vocazione turistica che ha contraddistinto questi paesi nella transizione verso l’Europa sappia trainare, al più presto, una nuova crescita dei prezzi e dell’intera economia. I locali pubblici delle capitali sono sempre affollati di ragazzotti ben vestiti (prevale sempre il marchio italiano). Le consuete macchine lucide si susseguono nel centro cittadino a tutte le ore. Non c’e’ un gran “fame” di lavoro e, specialmente nelle classi più giovani, è poca la preoccupazione per il futuro.

Guardando però più a fondo la situazione i problemi emergono in una luce differente.

Nei tre Baltici gran parte degli hotel, molte imprese locali e buona parte di quello splendido mercato immobiliare privato è in vendita, a prezzi che solo pochi anni fa sarebbero stati impensabili. In Lettonia ed Estonia nel primo quadrimestre 2009 il mercato immobiliare ha raggiunto il livello più basso fra i 50 paesi osservati dall’OCSE. Holding tedesche e inglesi riprendono a fare “shopping” fra quel poco di industria che si è sviluppato negli ultimi dieci anni. Il commercio al dettaglio registra nei Baltici per il 2009 un calo generalizzato fra il 20-30%. Secondo i dati dell’Unione Europea il 23% dei lettoni vive sotto la soglia di povertà (127 euro al mese in Lituania e Lettonia). Le amministrazioni pubbliche non riescono a far fronte agli stipendi e, dopo aver tagliato radicalmente tutti i costi, sono costrette a mandare a casa quasi un terzo dei dipendenti.

Qual è la spiegazione di questo apparente paradosso?

Semplice, non esiste alcun paradosso. In primo luogo perché esiste un periodo di transizione fra la crisi del sistema economico (Lituania) e finanziario (Lettonia) e il suo impatto sulla popolazione, soprattutto se l’inflazione rimane sotto controllo. In secondo luogo perché il sistema sociale è per molti versi “drogato” da una crescita che negli ultimi anni è stata attorno al 7% annuo, fatto che ha illuso la popolazione e contribuito a favorire anche l’indebitamento privato, su un modello americano, che prevale particolarmente in Lettonia. Infine, in paesi piccoli e con un sistema salariale e contrattuale abbastanza flessibile, un forteturnover è comunque un fenomeno frequente.

Le analogie economiche fra i tre paesi baltici sono facili. Ma le differenze, meno note, determineranno probabilmente il diverso modo con il quale, per tempi e modi, ciascun paese uscirà da questa non-crisi. L’Estonia appartiene al club dei 7 paesi europei “virtuosi” in quanto hanno rispettato il Patto di stabilità e crescita (solo 4 dell’area euro: Bulgaria, Svezia, Danimarca, Estonia) mantenendo un deficit al di sotto del 3% PIL. Il prodotto interno estone, simile per composizione ai paesi limitrofi, vede emergere delle eccellenze nel settore delle Telecomunicazioni e ICT in generale, anche grazie al sostegno della vicina Finlandia (basti pensare che il sistema fu ad esempio sviluppato da tre ingegneri estoni). E’ quindi da questo settore che si attende il maggior traino nel futuro.

Anche nel paese del fiordaliso però le prospettive non sono tutte rosee. Esistono forti tensioni con la vicina Russia e con la minoranza russofona (circa il 30%) dei “russi estoni” che non di rado sfociano in abusi e violenza[1]. La Lituania si trova invece in una posizione intermedia fra le tre (ex) Tigri del Baltico. Una minore esposizione finanziaria rispetto alla Lettonia, un’economia strutturalmente più solida anche se meno orientata all’innovazione rispetto all’Estonia, insieme naturalmente a una dimensione maggiore, sono invece le principali differenze che mettono le prospettive per la Lituania in una posizione. I dati incoraggianti di gennaio sul PIL del terzo quadrimestre 2009 (+6,1%) hanno contribuito ad un maggior ottimismo, ma anche in questo caso è ancora in corso l’impatto negativo della crisi sia in termine di disoccupazione sia per le imprese, in particolare per l’accesso al credito.

Per riassumere, cerchiamo allora di sintetizzare, in modo complessivo, ma necessariamente non esauriente, il diverso approccio che i tre paesi stanno seguendo per superare questa fase critica facendo alcune ipotesi realistiche sulle prospettive per il futuro.

Lituania  Dal punto di vista della ripresa il più grande dei tre paesi sembra particolarmente addormentato. L’elezione della nuova Presidente ha dato un forte scossone alla “lentocrazia” post-sovietica ma gli effetti positivi non si sono ancora fatti sentire. Molto della ripresa dipenderà dalla capacità lituana di saper valorizzare condizioni favorevoli sia sul mercato interno europeo e verso l’Asia (alcune iniziative sono già state introdotte in particolare verso Cina e Corea). Purtroppo è necessario un rinnovo della classe dirigente spesso impreparata.

Lettonia  La situazione economica e soprattutto il relativo impatto sociale sembra non aver “ancora” raggiunto l’apice negativo previsto e questo forse non aver reso del tutto consapevoli i lettoni della portata della crisi. I segnali di ripresa in altri paesi europei contribuiscono ad un clima di ottimismo ma l’indebitamento e l’esposizione finanziaria non lo giustificano. L’eventuale prestito della EU e FMI di 7,5Ml di euro potrebbe secondo molti analisti economici provocare più danni che benefici

Estonia  Le speranze estoni di usufruire di una basso livello di indebitamento pubblico per allontanarsi dalle possibili conseguenze negative di un tracollo economico sono legate al livello di forte cooperazione internazionale e amicizia che da anni accomuna tutti i paesi coinvolti, compreso Svezia e Finlandia.

[1] Basti ricordare al cyber attacco informatico sferrato dalla Russia ai server estoni nella primavera del 2007 dopo la rimozione di una statua ai martiri russi; evento, fra gli altri, che indotto la NATO a realizzare in Estonia l’anno seguente il Cyber Defense Center per la sicurezza informatica dei paesi del Patto Atlantico.

di Francesco M Benini

 
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