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Made in Italy e innovazione d'uso

Rullani Renzo Rullani, uno degli interpreti più attenti del tortuoso percorso dal fordismo al postfordismo, e il suo impatto sul made in Italy, ha pubblicato un nuovo libro: Modernità sostenibile.

Ne presenta le connotazioni principali su First Draft. Il libro è frutto della ricerca che gli amici della Venice International University vanno facendo, traguardando dal laboratorio del Nord-Est all'orizzonte dei nuovi policentrici assetti dell'economia internazionale. Il tema è la sostenibilità, intesa come visione dello sviluppo attenta contemporaneamente alle ragioni "ambientali, ma anche quelle motivazionali, infrastrutturali, culturali". I soggetti che possono sviluppare questa visione non sono né lo stato, né il mercato, bensì le "filiere della sostenibilità: reti di produttori, consumatori, distributori, centri di ricerca", altrove chiamate la zona grigia, quell'insieme di relazioni studiate dai nobel Olstrom e Williamson.

Il concetto di sostenibilità è anche abbinato alla qualità del lavorare e a quella della vita, concetti attorno ai quali i cittadini/consumatori si associano. Ma la qualità si ottiene oggi in due modi: attraverso l'utilizzo di tecnologie originali, oppure attraverso l'innovazione d'uso, che è uno dei focus distintivi del made in Italy, reso possibile dal grande retroterra culturale che ci portiamo appresso. Il concetto di sostenibilità deve allora entrare nella cultura delle aziende.

Scrive Rullani: Il made in Italy degli oggetti sta cambiando pelle, e comincia a diventare made in Italy dei significati. Tra questi, un posto importante occupa la sostenibilità. Come fonte di valore, non solo di costi; e soprattutto come fonte di legami con tutti coloro che vogliono, nel proprio mondo, una migliore qualità del vivere e del lavorare.

Il tema della sostenibilità è entrato prepotentemente nell'agenda di governi, economisti, imprese. E' collegato strettamente al tema del "saper vivere", connesso a sua volta alla ricerca di "senso". In questo la cultura aiuta, e basandosi su essa le nostre imprese possono pensare di competere; non abbassando i salari, e quindi comprimendo le condizioni di vita di una fetta della popolazione, ma interpretando bisogni profondi e non effimeri. Facendosi portatori di stili di vita più in sintonia coni grandi problemi dell'umanità. Questa può essere la strada giusta per la competitività del Paese. 

 
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