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Piccolo torna bello?
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Durante il dibattito sul declino, e poi periodicamente all'uscita di qualche graduatoria internazionale, il refrain è sempre quello: la scarsa dimensione dell'impresa italiana è il limite della nostra economia. Il target è la grande impresa (peraltro sempre più rara) o al massimo la media. Tre recenti interventi segnano forse l'inizio di una controtendenza, o quanto meno di una rinnovata attenzione.Dario Di Vico, in una lunga e documentata inchiesta sul Corriere, denuncia le penalizzazioni che le piccole imprese subiscono, ma al contempo ne attesta la vitalità. Citando la Carta dei valori del territorio del Nord Ovest, redatta da artigiani e banchieri del credito cooperativo di Varese, ne sottolinea la rivendicazione in termini di ricerca della qualità, ascolto, centralità della persona, unità della famiglia. Ora queste imprese, e la Coldiretti e le Coop, richiedono maggior attenzione da parte del governo e delle grandi imprese. Queste ultime e le banche, oltre ad essere al centro dell'attenzione del governo, vengono accusate di scaricare gli effetti della crisi sui piccoli. Gli artigiani segnalano che, mentre la BCE ha ridotto il costo del denaro del 2,25%, per loro si è ridotto dello 0,77%. Dun & Bradstreet denuncia che il ritardo nei pagamenti della grande verso la piccola impresa raggiungono anche i 200 giorni; la PA, è stato recentemente verificato, a volte ritarda di più. Il risultato è che, sempre secondo D&B, nella fascia di imprese sotto i 250 dipendenti e con fatturato inferire ai 50 Mni di €, "rischiano di chiudere o fallire oltre al 6% dei negozi, anche il 9% delle aziende di trasporto e addirittura il 12% delle imprese edili", scrive Di Vico. E Savino Pezzotta, ex segretario CISL, aggiunge: Artigiani e micro-imprenditori hanno con il mercato un rapporto ambivalente. Ne temono la durezza, ma sanno starci dentro e non si tirano indietro. Per parte sua, nel corso di un seminario presso la Fondazione Edison a Milano, il ministro Tremonti rivendica la "forza del ceto imprenditoriale diffuso", e a riprova cita il fatto che da gennaio a oggi, in piena crisi, il saldo fra aperture e chiusure di partite IVA è positivo: + 177mila. Il ministro trova in questo un segno di grande vitalità e considera il sistema produttivo italiano all'altezza di quello francese, molto più caratterizzato da "campioni nazionali". Federico Fubini, che cita il ministro, scrive sul Corriere che dal dibattito al convegno "emerge il senso di riscatto di un Paese che crede di trovare anche nei suoi limiti storici un punto di forza nella recessione". Enrico Letta, discutendo con Tremonti denuncia, in sintonia con Di Vico, lo scarso appoggio che le piccole imprese hanno in Italia: "Le imprese fuori dai binari del sindacato o della politica non vedono un euro di ammortizzatori" e sostiene che è il momento di fare le riforme. Il ministro Tremonti nega questa necessità. Ma come mai, pur così penalizzata, la piccola e micro impresa continua a vivere e a sorprendere? Daniele Boldizzone e Luigi Serio, nel loro libro "L'impresa in tensione" (Ed ilsole 24 ore - Studi) in un ragionamento articolato, rendono giustizia all'impresa di piccole dimensioni, e al suo imprenditore. Non è vero, sostengono gli autori, che la mancata crescita di dimensione della Pmi è un segno di scarsa maturità. Non è vero che il modello virtuoso è il passaggio dal capitalismo familiare a quello manageriale; non è sempre così. Scrivono gli autori: Nella pmi esiste un dualismo tra logica economica e razionalità organizzativa (dell'impresa) e logiche e motivazioni personali (e spesso familiari) dell'imprenditore. Da tale dualismo nascono inevitabili tensioni e conflitti, capaci di produrre profonde crisi e talvolta scomparsa dell'azienda......., ma anche insospettabiliforze e anticorpi, capaci di dar vita a un organismo più robusto e capace di resistere a venti potenzialmente distruttivi e improvvisi e ad ambienti ostili. Questo spiegherebbe la vitalità di queste imprese e la tenace resistenza proprio in momenti di crisi come questa. Alle istituzioni il compito, come minimo, di non rendere le cose più difficili; forse qualche riforma aiuterebbe. |
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Durante il dibattito sul declino, e poi periodicamente all'uscita di qualche graduatoria internazionale, il refrain è sempre quello: la scarsa dimensione dell'impresa italiana è il limite della nostra economia. Il target è la grande impresa (peraltro sempre più rara) o al massimo la media. Tre recenti interventi segnano forse l'inizio di una controtendenza, o quanto meno di una rinnovata attenzione.

